lunedì 5 novembre 2012

Obama divide i Partiti comunisti

Il sito Solidnet ha pubblicato nei giorni scorsi un documento di un gruppo di Partiti comunisti che intervengono nella campagna elettorale degli Stati Uniti per sostenere che Obama e Romney sono candidati equivalenti e per contrastare coloro che ritengono che il primo sia comunque il male minore.

Il testo è presentato come iniziativa congiunta della "International Communist Review", ed il principale firmatario è il Partito Comunista Greco (KKE). Anche se non citato è evidente che l'obbiettivo polemico di questo intervento è il Partito Comunista degli Stati Uniti e il suo leader Sam Webb.

La International Communist Review è stata creata da un gruppo di partiti che rappresentano una parte dell'ala neostalinista, all'interno delle forze politiche che partecipano alla rete Solidnet, il principale tentativo di ricostituire un "movimento comunista internazionale" sulle ceneri dell'ex Unione Sovietica. Solo 11 dei 114 partiti che vengono elencati in Solidnet e quindi considerati parte di un ipotetico movimento internazionale (al di là che partecipino realmente o meno alle sue iniziative) hanno deciso di contribuire alla "Rivista Comunista Internazionale". Si tratta, oltre al KKE greco, di: Partito del Lavoro Belga (PTB), Partito Comunista Operaio Ungherese, Partito Socialista di Lettonia, PC del Lussemburgo, PC del Messico, PC Operaio di Russia - Partito Rivoluzionario dei Comunisti, PC dei Popoli di Spagna, PC di Turchia, Unione dei Comunisti di Ucraina, PC del Venezuela.

Di questi, oltre al KKE, solo il Partito Socialista di Lettonia e il PC del Venezuela hanno una rappresentanza nei rispettivi parlamenti nazionali. Il Partito Socialista Lettone (erede del PC messo fuori elegge) dispone di 3 parlamentari eletti all'interno di una coalizione di centro-sinistra in alleanza con i socialdemocratici. Il PC del Venezuela è un alleato minore del Partito Socialista Unito di Chavez. Il PT Belga ha avuto qualche successo elettorale nelle recenti elezioni amministrative, dopo aver assunto un profilo di partito populista di sinistra. Gli altri sono piccoli gruppi senza influenza.

Il documento degli 11 partiti (che ha finora ottenuto il sostegno di altri tre gruppi, il PC in Danimarca, il PC Filippino-1930 e il Nuovo PC di Yugoslavia) sostiene che Obama e Romney, anche se con contraddizioni e dispute tra loro, non rappresentano un'alternativa per la classe operaia e gli strati intermedi. Le "sfumature" esistenti tra Obama e Romney non devono far cadere i lavoratori nordamericani - scrivono gli 11 - nella trappola di scegliere il "male minore". 

Viene negata qualsiasi differenza tra la politica estera di Obama e quella precedente di Bush, mentre sul piano interno la riforma del Medicare (assistenza medica) è servita principalmente ad aprire nuovi ambiti allo sfruttamento commerciale della salute da parte dei gruppi monopolistici. La differenziazione rispetto alla posizione assunta in vista delle elezioni dai comunisti nordamericani è esplicita laddove si afferma che si deve respingere il falso dilemma di evitare il trionfo dell"ultra-destra" sostenendo la destra più moderata (ovvero Obama). E' molto negativo si aggiunge che non sia stato espresso il punto di vista autonomo e indipendente della classe operaia statunitense.

Il leader del PCUSA, Sam Webb, nella sua relazione alla Conferenza nazionale del partito che si è tenuta nella scorso aprile a New York aveva dichiarato: "Le elezioni non concernono la scelta del male minore, ma riguardano il futuro della nostra nazione; ci muoveremo verso una direzione democratico-progressista oppure verso una direzione di destra antidemocratica-autoritaria." Battere la destra è quindi un obbiettivo prioritario sul piano elettorale per evitare che la politica americana si indirizzo verso la seconda strada.

Alcuni pensano che i Democratici siano "cattivi" quanto i Repubblicani, ma rileva Sam Webb non si può dimenticare che i Democratici sono un veicolo per una politica di riforme per decine di milioni di americani, la grande maggioranza dei quali appartengono alla classe operaia e alle minoranze oppresse. Inoltre ricorda che il movimento sindacale è impegnato a sostenere l'elezione dei Democratici mobilitando la propria base e che 400.000 volontari saranno impegnati a fare campagna elettorale nei quartieri popolari a favore di Obama. 

La sconfitta decisiva della destra a novembre determinerà un rapporto di forze molto più favorevole a far avanzare un' "agenda popolare" in favore del movimento democratico e progressista. 

Franco Ferrari


domenica 21 ottobre 2012

La sinistra prevale nella Repubblica Ceca grazie all'avanzata del Partito Comunista

Nella Repubblica Ceca si sono tenute il 12 e 13 ottobre scorso le elezioni per il rinnovo dei consigli regionali, ad eccezione di quello che comprende la capitale Praga, e di un terzo del senato. Gli sconfitti sono i partiti di centro destra al governo ed in particolare il maggiore dei partiti governativi,  l'ODS (Partito Civico Democratico) che dimezza i voti scendendo dal 23,6% al 12,3%. 

La sinistra nell'insieme prevale nettamente anche se i socialdemocratici in realtà scendono dal 35,9% del 2008 al 23,6% ottenuto la settimana scorsa, nonostante si trovino all'opposizione di un governo che ha perso rapidamente popolarità per le sue politiche neoliberiste.

Dal canto suo, invece il Partito Comunista di Boemia e Moravia ha ottenuto una forte avanzata passando dal 15,0 al 20,4%. In termini di voti l'incremento è reale, nonostante il calo della partecipazione dal 40,3 al 36,9%, con un aumento di circa 100.000 voti, da 438.000 a 539.000. Nelle ultime elezioni politiche il KSCM ha ottenuto l'11,3%. Nell'arco del ventennio seguito alla caduta del regime socialista i comunisti hanno oscillato tra il 10 e il 20% con risultati particolarmente importanti in alcune elezioni regionali ed europee.

Non vanno sottovalutati alcuni elementi circostanziali del voto, in particolare il fatto che la partecipazione a questo tipo di elezione è tradizionalmente molto più bassa di quella che si registra nelle elezioni politiche, dove invece supera normalmente il 60%. Ciononostante il successo comunista è indubbio come ha dovuto riconoscere la stampa ceca pur ossessionata dall'anticomunismo. 

Il Partito comunista è stato spesso dipinto come un partito di elettori anziani, in parte nostalgici del regime crollato nel 1989, e pertanto destinato inevitabilmente all'estinzione politica ed elettorale. Anche se è vero che l'età media degli iscritti è molto alta (supera i 60 anni) e che le adesioni tra le nuove generazioni sono minime, il partito ha dimostrato di mantenere un forte insediamento elettorale e di non essere solo la voce dei "perdenti" della transizione destinati a scomparire col tempo.Tanto più che la crisi economica e le politiche sociali regressive hanno fatto aumentare e non diminuire coloro che vedono peggiorare costantemente le loro condizioni di vita.

L'ottimo risultato ottenuto potrà consentire ai comunisti di estendere la loro partecipazione alle amministrazioni regionali. Finora erano al governo in due regioni in alleanza con la socialdemocrazia e appoggiavano dall'esterno altri due governi regionali di quest'ultima. In queste regioni il KSCM ha ottenuto un ottimo risultato, e quindi gli elettori hanno dimostrato di apprezzare la sua azione amministrativa a livello locale e il fatto di non essere coinvolto negli scandali che hanno macchiato gli altri partiti. Ora sarà possibile installare amministrazioni di sinistra in altre regioni, anche se questo dipenderà dalle scelte dei socialdemocratici. Da tempo hanno rinunciato ad una posizione di totale ostracismo nei confronti dei comunisti, almeno a livello locale. 

La collaborazione tra socialdemocratici e comunisti non è facile per le differenze programmatiche e ideologiche che esistono tra le due forze, ma le elezioni politiche del 2014 potrebbero aprire la strada ad un governo socialdemocratico con l'appoggio esterno dei comunisti, che hanno già proclamato in più occasioni negli anni scorsi la propria disponibilità ad una simile soluzione. Sembra invece più improbabile un accesso diretto al governo da parte del Partito Comunista.

E' da sottolineare che il Presidente del Partito Vojtech Filip ha dichiarato, nel suo commento al voto, che il successo è dovuto alla capacità di riuscire ad essere percepiti come un "moderno partito di sinistra" e non - aggiungiamo noi - come la ridotta dei nostalgici del vecchio regime.

Nell'ottavo congresso che si è tenuto nel maggio scorso a Liberec è stato approvato un ampio programma di riforme democratiche e sociali. Due elementi vale la pena di sottolineare. Per quando riguarda la dimensione europea il partito, che è sempre stato molto critico nei confronti dell'Unione Europea, non propone l'uscita del Paese da quel contesto sovranazionale, ma un cambiamento delle relazioni e dei legami tra la Repubblica Ceca e l'Unione. Propone la cooperazione tra tutte le componenti della sinistra europea per ridurre il peso della burocrazia comunitaria e per espandere la dimensione democratica dei processi decisionali. Inoltre si propone di sostenere lo sforzo verso l'unificazione delle forze di sinistra sul continente europeo al fine di ottenere cambiamenti sociali con caratteristiche socialiste.

Negli ultimi anni il Partito Comunista Boemo-Moravo ha perseguito un rapporto più ravvicinato con la Sinistra Europea, pur volendo mantenere per ora il ruolo di osservatore e non di membro a pieno titolo. La sostituzione del precedente responsabile del settore internazionale del partito, lo stalinista Hassan Charfo, con la più pragmatica Vera Flasarovà, ha portato all'abbandono di polemiche dogmatiche e strumentali (ampiamente pubblicizzate in altri paesi) in cambio di un rapporto critico ma collaborativo. Un atteggiamento confermato dalla presenza della Flasarovà alla riunione del comitato esecutivo del Partito della Sinistra Europea dell'ottobre 2011, della quale ha dato conto sul quotidiano del partito Halo Novini, come dall'apprezzamento espresso dal Presidente Filip ad alcune iniziative della Sinistra Europea, nel corso di un incontro tenutosi a Praga nel gennaio di quest'anno con Pierre Laurent, nella sua qualità di leader dei comunisti francesi ma anche di Presidente in carica della Sinistra Europea.

Un secondo elemento che va messo in rilievo del documento finale dell'VIII congresso è la decisione di arrivare a definire una piattaforma "ideologica" rinnovata che definisca sia un bilancio critico dell'esperienza socialista del ventesimo secolo, mettendone in evidenza gli errori e le insufficienze che hanno causato il "collasso" del socialismo reale, che la definizione degli obbiettivi di lungo termine per realizzare una società più giusta di tipo socialista. Ed è rilevante che si parli di collasso e non di controrivoluzione, che è invece la tesi abitualmente sostenuta dal Partito Comunista Greco, nel documento ufficiale di un partito spesso e a torto presentato come allineato con la corrente dogmatica.

Nel documento si fa riferimento come possibile ispirazione anche ad una "via cecoslovacca al socialismo" che era stata proclamata nei primi anni del dopoguerra. Si tratta di un riferimento ad una fase creativa dell'esperienza socialista cecoslovacca, immediatamente dopo la sconfitta del nazifascismo, poi chiusa dalla guerra fredda e anche dall'irrigidimento staliniano in Urss che hanno avuto conseguenze negative in tutte le "democrazie popolari". Ci si può chiedere se questa riscoperta di una definizione che ha tanto ispirato, tra gli altri, il PCI togliattiano (nella forma della "via italiana al socialismo") non rischi di sembrare un po' anacronistica. Si tratta comunque di una volontà di uscire dalle sabbie mobili del dogmatismo, che anche se un po' tardiva, può essere accolta con interesse.

Franco Ferrari

mercoledì 17 ottobre 2012

L'elettorato premia la "svolta olandese" del PT belga

Le elezioni comunali del 14 ottobre scorso hanno visto una significativa avanzata del piccolo Partito del Lavoro Belga (PTB) che ha ottenuto risultati particolarmente importanti ad Anversa, la principale città delle Fiandre, e a Liegi, cuore di una storica tradizione operaia che sembrava svanita con i processi di deindustrializzazione.

Il Partito del Lavoro Belga è il principale partito della sinistra radicale, l'unico che abbia mantenuto una struttura unitaria presente in tutto il Paese, senza rincorrere la frammentazione etnica tra fiamminghi e valloni, errore nel quale è caduto anche il Partito Comunista Belga a partire dagli anni '80.

Il PTB nasce dal movimento studentesco del '68 con una forte inclinazione ideologica verso la Cina maoista. Il suo fondatore e principale leader storico è stato fino a qualche anno prima della morte avvenuta nel 2011, Ludo Martens, autore di un non felice libro di riabilitazione di Stalin.

Per molto tempo il PTB è stato considerato, non a torto, un gruppo settario e dogmatico. Si è sempre presentato alle elezioni, ottenendo risultati inferiori all'uno per cento e restando del tutto marginale sul piano elettorale e politico e poco influente anche sul piano intellettuale.

Tutto questo ha cominciato a cambiare con il congresso del 2008 che ha visto il PTB affrontare la prova non facile della "modernizzazione". Il nuovo presidente Peter Mertens, espressione di un salto generazionale nella guida del partito (nel 1968 non era ancora nato), ha posto chiaramente l'esigenza di mantenere gli ideali socialisti, ma di modificare profondamente l'approccio politico. Si è posto quindi l'esigenza, per questo piccolo partito di origini maoiste, di abbandonare in un colpo solo settarismo, dogmatismo e estremismo e di cominciare a parlare il linguaggio della gente comune.

Il percorso è stato simile a quello compiuto dal Partito Socialista Olandese, anch'esso di origini maoiste, che ha ottenuto da diversi anni un importante consenso elettorale dell'ordine del 10%. Rivolgersi all'uomo delle strada con un linguaggio comprensibile e molto attento ai bisogni immediati (soprattutto quelli economici e sociali), contro il predominio dei grandi poteri economici e la sudditanza ad essi dei partiti politici tradizionali. La differenza è che mentre il Partito Socialista Olandese ha compiuto la propria evoluzione ideologica nell'arco di alcuni decenni, il PTB l'ha concentrata in pochissimi anni.

Il PTB non ha sconfessato apertamente il richiamo ideologico al marxismo-leninismo ma il linguaggio retrò è riservato prevalentemente a qualche appuntamento interno e agli incontri internazionali dove risuona più forte il richiamo all'ortodossia ideologica.

Il partito si è notevolmente aperto. Nelle recenti elezioni a Liegi e in alcun comuni limitrofi ha raggiunto un accordo con il Partito Comunista (che aderisce alla Sinistra Europea). Dopo il risultato delle elezioni amministrative, altre forze della sinistra radicale si pongono l'interrogativo di collaborare con il PTB, considerato che questo è l'unico partito a sinistra della socialdemocrazia che abbia qualche possibilità di entrare nel parlamento nazionale nel 2014, quando si andrà al voto politico. Nelle elezioni comunali erano presenti in diversi comuni altre liste, spesso in contrapposizione al PTB, che hanno ottenuto risultati diversificati, a volte positivi, ma in genere nettamente inferiori al PTB stesso. Erano in campo liste di coalizione come il Front de Gauche e Gauches Communes, Rood (Rosso, un movimento nato dalla fuoriuscita dal Partito Socialista fiammingo di Erik De Bruyn, esponente di primo piano di Vonk, la corrente belga equivalente all'italiana Falcemartello, ma che non ha condiviso l'abbandono dell'entrismo), Egalité (una lista animata dall'ex Segretaria generale del PTB Nadine Rosa-Rosso) ed altre ancora. La Lega Comunista Rivluzionaria, sezione della Quarta Internazionale, che aveva sostenuto diverse esperienze elettorali unitarie, nel commento del dopo voto, ha aperto la porta, realisticamente, ad una possibile collaborazione col PTB.

Da rilevare nel merito delle posizioni politiche assunte dal PTB, un atteggiamento critico nei confronti dell'Unione Europea ma orientato ad una sua riforma piuttosto che ad una sua cancellazione. Il programma elettorale del 2010, nelle parti relative alla'Unione Europea presenta concrete proposte di riforme tese da un lato a salvaguardare le migliori condizioni sociali e di lavoro e dall'altro a democratizzare le istituzioni europee. Una posizione non molto diversa dalla Sinistra Europea, che pure il PTB continua a criticare. 

Sul terreno dell'azione europea vi è un'interessante evoluzione che si è registrata nel recente incontro di alcuni partiti comunisti convocato a Bruxelles dal Partito Comunista Greco (KKE). Prendendo apertamente le distanze dalla politica sostenuta dal partito greco, il rappresentante del PTB ha posto l'esigenza di sviluppare iniziative coordinate che tengano conto dell'esistenza dell'Unione Europea, pur senza dimenticarne il carattere capitalistico e per diversi aspetti reazionario, ma non si pongano sul terreno illusorio e anacronistico del ripiegamento sul terreno nazionale.

Franco Ferrari

sabato 1 settembre 2012

In Olanda si vota il 12 settembre e i Socialisti sono dati in forte crescita

Il 12 settembre prossimo si terranno le elezioni politiche in Olanda, convocate a seguito delle dimissioni avvenute il 23 aprile scorso, del primo ministro liberale Mark Rutte, che era a capo di una coalizione di destra. L'ultimo sondaggio del 24 agosto vede in vantaggio il Partito Liberale con 34 seggi, seguito dal Partito Socialista (SP) con 30 seggi, dai Laburisti con 22 seggi, dal Partito della Libertà (populista di destra)con 19 seggi, dai democristiani e dai liberal-democratici di D66 con 14 seggi ciascuno, dalla Sinistra Verde con 5 seggi e da altri partiti minori. 
Per quanto riguarda le forze della sinistra moderata radicale, i Laburisti sono in calo di 8 seggi, la Sinistra verde perderebbe metà dei propri, mentre i socialisti sono in forte crescita raddoppiando i 15 deputati precedenti. Complessivamente raccoglierebbero 57 seggi sui 150 di cui dispone la Seconda camera del Parlamento olandese. Il Partito Socialista appartiene al campo della sinistra alternativa. 
Nel Parlamento europeo fa parte del Gruppo Unitario della Sinistra (GUE/NGL), assieme alla Linke, il SYRIZA, Izquierda unida ed altri, ma non aderisce al Partito della Sinistra Europea. 
Secondo la Fondazione Robert Schuman (di orientamento democristiano), che a proposito del Partito Socialista parla, dal suo punto di vista, di "pericolo populista", il fenomeno del successo dei socialisti si spiega "con la popolarità del suo leader Emile Roemer, consacrato uomo politico dell'anno e personalità più popolare del Paese dal settimanale HP/DeTijd. La crescita dei socialisti nelle inchieste di opinione avviene a spese del Partito della Libertà di Geert Wilders. I due partiti condividono in effetti lo stesso elettorato, ovvero le categorie socio-professionali più esposte, che si sentono marginalizzate e sono contrarie alle riforme del Welfare state e all'Unione Europea alla quale imputano le loro difficoltà. L'SP attira inoltre numerosi salariati del settore pubblico, un grande numero di persone attive a livello sindacale o associativo e una parte dell'elite intellettuale del Paese. Il programma socialista prevede la tassazione al 65% a coloro che possiedono più di 150.000 euro di patrimonio - operazione dalla quale il partito prevede di recuperare 3 milioni di euro - e l'instaurazione di un sistema di copertura dei costi sanitari in relazione al reddito. L'SP chiede il congelamento dal salario dei funzionari che guadagnano più del doppio del salario medio e propone di investire 3 miliardi di euro nella manutenzione delle infrastrutture per creare occupazione. Si impegna a preservare il potere d'acquisto delle classi medie (circa 30.000 euro annuali). 
L'SP realizzerà probabilmente un'avanzata nelle elezioni del 12 settembre ma molti si chiedono se sarà capace di governare. Emile Roemer (ndr il leader del Partito) si è dichiarato pronto a formare una coalizione, se necessario, anche con i liberali." 
 Per quanto riguarda i temi europei la Fondazione Schuman così descrive la politica dei socialisti: "Più Bruxelles non è la soluzione per uscire dalla crisi della zona euro, afferma Emile Roemer. Se il Partito Socialista non è contrario all'Unione Europea è però fortemente euroscettico. Respinge l'austerità imposta ai popoli ritenendo che l'Unione europea imponga a questi importanti sacrifici mentre si mostra clemente nei confronti delle banche. Emile Roemer si oppone alla disciplina di bilancio europea che limita il deficit del budget al 3% del PIL e che, secondo lui, imbriglia la ripresa economica e accresce la disoccupazione. Spera di ottenere due anni supplementari per portare il deficit al di sotto del 3% richiesto dal Patto di stabilità e crescita europeo (2015). Il leader socialista è ugualmente opposto ad una integrazione europea che giudica troppo rapida. (...) 
Per i socialisti la ripresa della crescita sarà possibile solo se i mercati finanziari saranno collocati sotto il controllo degli Stati. Sono favorevoli all'adozione di misure protezioniste, alla sottoscrizione da parte di Bruxelles di nuovi accordi sulle condizioni di rilancio economico e la protezione sociale e chiedono il controllo democratico della Banca centrale europea (BCE) che oltre a regolare l'inflazione dovrebbe essere chiamata a stimolare l'economia e creare posti di lavoro."

Franco Ferrari

venerdì 13 luglio 2012

sabato 26 maggio 2012

Un profilo storico del SYRIZA

Dopo che è stata accertata l'impossibilità di formare una coalizione di governo che potesse contare su una maggioranza nel parlamento eletto il 6 maggio scorso, gli elettori greci saranno chiamati nuovamente a votare il 17 giugno prossimo. Gli ultimi sondaggi indicano una crescente polarizzazione dell'opinione pubblica, sulla destra attorno a Nuova Democrazia e sulla sinistra verso il SYRIZA (Coalizione della Sinistra Radicale), con una leggera prevalenza di quest'ultimo che si avvicinerebbe al 30%. Per effetto del sistema elettorale che prevede l'assegnazione di 50 seggi di premio al primo partito, la competizione per raggiungere la maggioranza relativa è destinata a modificare sostanzialmente la composizione del parlamento, tra favorevoli o contrari al Memorandum di tagli e sacrifici imposto dalla cosiddetta trojka (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale).

L'impatto della crisi sull'elettorato sta modificando radicalmente il panorama politico greco. L'egemonia del PASOK sul centro-sinistra viene radicalmente messa in discussione a causa della partecipazione di questo partito alla politica di sacrifici imposti ai greci, e tra le forze della sinistra anticapitalista viene messo in pericolo il tradizionale primato del Partito Comunista Greco (KKE), di orientamento stalinista.

Nelle elezioni del 6 maggio scorso SYRIZA è diventato il secondo partito del Paese e il primo della sinistra, davanti anche al PASOK, triplicando i propri voti. L'esito elettorale ha determinato un improvviso interesse per questa formazione politica anche fuori della Grecia come è naturale, anche se a volte la si è rappresentata, soprattutto in Italia con le specchio deformante delle polemica politica interna.

Il SYRIZA trova le sue radici nelle complesse vicende del comunismo greco ed in particolare delle due maggiori scissioni che lo hanno attraversato, quella del 1968 e quella del 1991, ma viene poi alimentato da altri fenomeni tra le quali la nascita del movimento altermondialista e la rotture di frazioni del PASOK con le politiche liberiste di quel partito.

Per tracciare brevemente questo percorso è necessario ricordare che il comunismo greco ha assunto dimensioni di massa durante la seconda guerra mondiale, quando è stato l'indiscusso protagonista della resistenza contro l'occupazione nazista, aggregando attorno se una parte importante dei settori popolari a partire dal durissimo inverno del 1941-42, quando Atene e la Grecia vennero colpiti dalla fame. Gli errori del gruppo dirigente comunista, gli effetti precoci della guerra fredda che prevedevano per il Paese una collocazione all'interno del blocco occidentale, accettata anche da Stalin e dall'URSS, portarono alla sconfitta della Resistenza e al predominio di un blocco conservatore e reazionario. Il tentativo del PC Greco di uscire dalla difficile situazione in cui si era trovato, attraverso il passaggio alla lotta armata, si concluse con una durissima sconfitta per i comunisti, alla quale seguì l'esilio per decine di migliaia di greci costretti a rifugiarsi nei Paesi dell'est Europa e in URSS. Era la "via greca" che in quegli anni Togliatti indicava come l'esempio negativo di una strategia foriera di una tragica sconfitta per i comunisti e la sinistra. Il PC Greco fu costretto all'illegalità fino al 1974 quando la caduta del regime dei colonnelli riaprì la strada alla democrazia parlamentare.

Mentre il gruppo dirigente del PC Greco si trovava in larga parte in esilio (il quartier generale era a Bucarest, in Romania, ma migliaia di ex partigiani comunisti vivevano a Tashkent, in Uzbekistan), all'interno del Paese si formava nel 1951 la Sinistra Democratica Unitaria (EDA) che diventava il principale partito di sinistra e all'interno del quale operavano anche i comunisti. Questa polarizzazione tra gruppo dirigente estero e militanti all'interno portò nel 1967, in coincidenza con il colpo di stato neofascista dei colonnelli, ad una rottura nel Partito Comunista. La maggioranza rimase ideologicamente ortodossa e filosovietica. Il KKE è stato uno dei pochi partiti comunisti europei ad approvare l'invasione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia. La divisione sovrappose questioni di strategia politica e di adeguamento ai mutamenti della società greca, ad altri aspetti di ordine ideologico. La minoranza diede vita al Partito Comunista Greco (dell'interno), che si orientava su una linea di rinnovamento politico e culturale vicina a quello che, qualche anno dopo, verrà definito come "eurocomunismo" (rifiuto dello stalinismo, rivalutazione del rapporto tra socialismo e democrazia, riconoscimento del pluralismo politico e sociale contro qualsivoglia monolitismo).

Col ritorno della democrazia parlamentare, il Partito Comunista Greco, filosovietico, conquista il predominio nello spazio elettorale e politico comunista, anche per gli errori politici commessi dai comunisti "dell'interno" che auspicano una sorta di improbabile "compromesso storico" alla greca. Il KKE si radica in settori operai e popolari, mentre il PC dell'interno resta una formazione di ceto medio, intellettuali, funzionari pubblici con uno scheletrico consenso elettorale.

Nel 1987 il PC Greco dell'interno, sull'onda della perestrojka sovietica decide di rinunciare alla propria identità comunista, dando vita a "Sinistra Greca", una formazione di tipo ecosocialista, orientata più ai conflitti cosiddetti post-materialisti che a quelli tradizionali della lotta di classe. Una minoranza del partito rifiuta questa scelta e mantiene in vita una organizzazione comunista rinnovatrice dalla quale deriva l'attuale AKOA che fa parte del SYRIZA.

La perestrojka determina un graduale "scongelamento" politico ed ideologico anche del KKE, nel quale si fanno strada posizioni timidamente innovatrici che trovano spazio grazie alla difficoltà delle tendenze più tradizionaliste a fronteggiare l'evoluzione in corso nei Paesi dell'est Europa. Negli anni che vanno dalla caduta del muro di Berlino al crollo dell'Unione Sovietica, il comunismo e la sinistra anticapitalista greca si trovano al centro di una doppia evoluzione. Da un lato quella di un progressivo ripensamento delle tradizionali basi ideologiche e di un riavvicinamento tra le due correnti comuniste. Dall'altro la convinzione che il PASOK, a causa degli scandali che lo corrodono, sia entrato in una crisi irreversibile. Al fine di favorire questa crisi i comunisti, insieme, decidono di partecipare ad una coalizione di governo con la destra, una scelta che si rivela totalmente sbagliata. 

A cavallo dei decenni '80 e '90 si forma il primo Synaspismos, la Coalizione delle forze di sinistra e progressiste, al quale partecipano il KKE, al cui interno si rafforzano le tendenze rinnovatrici, e la Sinistra Greca, ex eurocomunista. Quando emerge l'ipotesi di trasformare il Synaspismos da coalizione in partito unificato, con un'accelerazione forse inopportuna, nel KKE si apre una profonda crisi che porta nel 1991 alla rivincita della corrente neostalinista guidata da Aleka Papariga. I rinnovatori se ne vanno o ne vengono espulsi e  partecipano alla costruzione del nuovo partito della sinistra, il secondo Synaspismos, insieme alle altre componenti di derivazione comunista o socialista. In una prima fase, nel Synaspismos prevale una linea moderata e di alleanze con i socialisti del PASOK, che porta però alla perdita di consensi ed all'esclusione dal Parlamento. 

La sconfitta porta ad una prima crisi e alla sostituzione della presidente Maria Damanaki (proveniente dal KKE poi passata ai socialisti, attuale Commissario europeo) con Nikos Kostantopoulos, uno dei fondatori del PASOK poi allontanatosene e dotato di una discreta popolarità. Il Synaspismos fatica però a trovare una propria identità tra il PASOK che vive ancora una stagione di radicalismo politico, almeno sul piano verbale e che si presenta come una forza a sinistra delle socialdemocrazie europee, e il KKE che recupera dopo la crisi i tradizionali bastioni di consenso elettorale richiudendosi nel ghetto identitario.

Una svolta fondamentale nel Synaspismos avviene nel 2000 quando all'interno prevalgono le correnti di sinistra. Il partito acquisisce un profilo più radicale anche se continua a vivere momenti difficili dal punto di vista elettorale a causa di un elettorato fluttuante che a volte lo abbandona all'ultimo momento nell'urna, portandolo pericolosamente vicino alla soglia del 3%, al di sotto della quale si viene puniti con l'esclusione dal Parlamento. Il Synaspismos, con il prevalere della sinistra interna e con i nuovi leaders, prima Alekos Alavanos, e poi il giovane e carismatico Aleksis Tsipras (entrambi provenienti dal KKE), che lo guida attualmente, opera due scelte strategiche importanti. La prima è di scommettere sui movimenti sociali, in particolare l'altermondialismo, che ha avuto in Grecia un importante appuntamento di massa nel Forum Sociale Europeo del 2006, nel quale il Synaspimos si è fortemente impegnato, mentre il KKE lo ha boicottato. Questa apertura ai movimenti ha avuto momenti difficili nel 2008, quando vi è stata una vera e propria sollevazione giovanile non priva di cadute in una violenza nichilista e politicamente sciocca, rispetto alla quale il Synaspismos ha cercato di mantenere aperto un dialogo, trovandosi sotto attacco da parte di tutto lo spettro politico greco.

L'altra scelta, connessa all'apertura ai movimenti e alla ricerca dell'unità di tutte le forze antiliberiste, è stata di creare la coalizione SYRIZA nel 2004, raccogliendo una serie di piccoli gruppi di sinistra e di estrema sinistra di varia e a volte conflittuale estrazione: trotskisti, maoisti, ecologisti di sinistra, socialisti dissidenti, ecc. Questa coalizione non ha avuto un immediato successo, anzi nelle prime elezioni nelle quali si è presentata ha solo consentito di superare di poco la soglia fatidica del 3%. C'è stato poi un periodo di difficoltà e tensioni nei rapporti tra il Synaspismos e gli altri componenti. Contemporaneamente la corrente moderata del Synaspismos ha avversato la formazione del SYRIZA, ritendendolo troppo influenzato da gruppi estremisti e ponendo lo scioglimento della coalizione come condizione per il permanere nel partito. Non avendola ottenuta, la destra del Synaspismos ha dato vita nel 2010 a Sinistra Democratica, che nelle elezioni del maggio scorso ha ottenuto risultati nettamente inferiori alle aspettative e che, specularmente al KKE sul fianco sinistro, rifiuta la prospettiva di unità della sinistra anticapitalista greca proposta dal SYRIZA.

Dopo un risultato positivo ma non esaltante nel 2009, che comunque ha consentito al progetto di andare avanti e di svolgere un ruolo attivo nel conflitto aperto dalla crisi economica e sociale degli ultimi anni, il SYRIZA si trova oggi di fronte ad una esplosione di consensi elettorali tale da farlo diventare forse il primo partito del Paese e certamente il primo partito della sinistra greca. Un successo notevole ma che pone anche forti e difficili responsabilità nel tentativo di coniugare il rifiuto delle politiche di sacrifici draconiani imposte con il Memorandum, senza mettere in discussione la partecipazione all'Europa e ripiegarsi in una prospettiva di regressione nazionale. La capacità del SYRIZA di rispondere a questa sfida offrirà lezioni importanti a tutta la sinistra europea.

Franco Ferrari

lunedì 14 maggio 2012

Cambia la mappa della sinistra anticapitalista europea

Le ultime elezioni svoltesi in alcuni Paesi europei modificano significativamente il quadro della sinistra alternativa, rafforzando alcune esperienze politiche mentre altre perdono terreno. Con la crisi della sinistra comunista italiana che ha portato alla scomparsa del PRC e del PdCI dal parlamento e la spaccatura intervenuta in Rifondazione Comunista dalla quale è nato il partito di Niki Vendola, il baricentro si era spostato verso la Germania. La nascita della Linke, frutto della fusione del Partito del Socialismo Democratico, erede profondamente rinnovato del partito unico che dominava la defunta Repubblica Democratica e Tedesca , con una piccola forza emerza nella parte ovest del Paese, composta da sindacalisti  e socialdemocratici dissidenti contrari alla svolta centrista dell'SPD, che aveva raccolto oltre 5 milioni di voti pari a quasi il 12%, sembrava aprire la strada all'egemonia tedesca sulla sinistra anticapitalista. 


Come spesso accade in Italia, dove la disattenzione per quanto avviene fuori dai nostri confini è pari alla superficialità con la quale si adottano modelli politici astraendoli dal contesto nel quale operano, la Linke era diventata il parametro sul quale calibrare la ripresa della sinistra anticapitalista italiana, come in precedenza era stata Izquierda Unida, o su altri versanti ideologici il Partito Comunista greco (KKE) o il Nuovo Partito Anticapitalista francese.


L'impatto della crisi economica e sociale ha rimescolato le carte politiche ed elettorali in Europa. Inizialmente sembrava che non vi fosse una influenza significativa sulla sinistra alternativa, che continuava ad attraversare una fase di stagnazione se non di crisi, mentre ne uscivano rafforzate soprattutto tendenze di estrema destra revansciste e xenofobe. Dopo le ultime elezioni che si sono tenute in Spagna, Francia e Grecia non è più così. 


In Spagna, dopo una lunga fase di crisi e frammentazione, Izquierda Unida è tornata a recuperare consensi avvicinandosi al 7% e raccogliendo 1.700.000 voti. Un incremento di ben 700.000 voti rispetto alle elezioni precedenti. Questo successo è avvenuto dopo uno spostamento a sinistra della maggioranza interna che ha ripreso un linguaggio più radicale sui temi sociali e più nettamente distinto dalla sinistra moderata del PSOE. Ha così potuto incrociare parte della rabbia causata dalla crisi economica, in particolare quella espressa dal movimento giovanile degli Indignados.


Nelle recenti elezioni francesi, il Front de Gauche si è imposto come una forza importante del panorama politico, raccogliendo al primo turno 4.000.000 di voti e superando l'11%. Per dare il senso pieno del risultato ottenuto è bene ricordare che nelle presidenziali del 2007, il PCF, di gran lunga la forza più importante tra quelle che hanno costituito il Front aveva ottenuto 700.000 voti. Il PCF ha avuto il coraggio di respingere i richiami ad un arroccamento settario, sia dando vita alla coalizione unitaria della sinistra alternativa, sia accettando la scelta di Melenchon come candidato presidente, pur trattandosi di un leader politico molto lontano dalla propria storia (prima trotskista "lambertista", la corrente più ostile ai comunisti, poi socialista e infine fondatore di un piccolo partito ispirato alla Linke tedesca). Le varie forze che hanno dato vita al Front de Gauche hanno evitato di farsi stringere in un dibattito sulla costituzione o meno di un nuovo partito per creare invece una coalizione fortemente unitaria, pluralista e aperta ai movimenti sociali e non solo alle forze politiche.


Il terzo caso, ed anche il più clamoroso, è ovviamente quello delle elezioni greche, dove il SYRIZA è diventato il secondo partito passando da 300.000 ad un 1.000.000 di voti, pur avendo subito nel frattempo un'importante scissione. Anche il SYRIZA, come il Front de Gauche e Izquierda Unida è una coalizione di forze diverse, anche se il partito di gran lunga dominante è il Synaspismos. Quest'ultimo nasce dalla confluenza di due diverse correnti del comunismo greco. Quella di lontana origine eurocomunista raggruppata inizialmente nel PC Greco dell'Interno, e quella costituita dalla tendenza rinnovatrice sorta all'interno del PC Greco (filosovietico) al momento del crollo dell'URSS. Dopo molte difficoltà e tensioni il Synaspismos ha scelto un profilo politico radicale aperto ai movimenti conflittuali ed ha dato vita alla coalizione SYRIZA, alla quale partecipano anche gruppi dell'estrema sinistra maoista e trotskista, ma aperto  a settori dissidenti del PASOK, vecchi e nuovi.


Queste tre forze hanno raccolto complessivamente 6 milioni e 700.000 elettori con una crescita, rispetto alle precedente analoghe scadenze elettorali, di 4 milioni e 700.000 voti. Da sottolineare che queste forze sono componenti e sono state fondatrici del Partito della Sinistra Europea.


I percorsi elettorali non sono però né facili, né lineari come dimostra la fase di difficoltà che sta attraversando la Linke tedesca. Nelle elezioni politiche aveva ottenuto un successo straordinario superando i 5 milioni di voti e raggiungendo quasi il 12%. Gran parte di quel successo era dovuto alla crisi della SPD , la quale pagava la politica moderata e di coalizione con la destra democristiana. Oggi i socialdemocratici si presentano con un profilo più autonomo e orientato a sinistra, mentre dal canto suo la Linke soffre di una crisi di leadership dovuta al ritiro in seconda fila dei suoi dirigenti più popolari: Gregor Gysi e Oskar Lafontaine. Le ultime elezioni nei lander della vecchia Germania federale sono state segnate da secche sconfitte che hanno portato all'esclusione dai parlamenti regionali. La Linke, come dimostrano i flussi elettorali registrati nelle elezioni di domenica scorsa nel Nord Reno-Vestfalia, perde voti in misura eguale sia verso la socialdemocrazia, decisamente rinvigorita dagli anni di opposizione, che verso il nuovo partito dei pirati che intercetta soprattutto la protesta giovanile. Per il partito tedesco sarà importante riuscire a garantire la presenza parlamentare nelle elezioni dell'anno prossimo, in presenza di una prevedibile polarizzazione tra la destra di democristiani e liberali e il centro-sinistra di SPD e Verdi.


La sinistra anticapitalista esce quindi complessivamente rafforzata ma in modo diseguale, data la fase di difficoltà della Linke e la profonda crisi nella quale continua a versare la sinistra anticapitalista italiana che non è riuscita finora a far decollare realmente il progetto della Federazione della Sinistra.


Altre due dati che vanno segnalati perché potranno influenzare il dibattito nella sinistra alternativa europea sono quelli relativi ai due maggiori PC "ortodossi", quello greco e quello portoghese, e al Nuovo Partito Anticapitalista francese. Entrambi rappresentano tentativi di costruire poli ideologici nella sinistra europea che producono processi di divisione e frammentazione. 


Il PC Portoghese e il PC Greco (il primo con una maggiore duttilità) animano il tentativo di ricostruire una corrente politica neo- o semi-stalinista. Particolarmente attivo in tal senso il partito greco che sostiene piccoli partiti e gruppi ideologicamente affini, a prescindere dalla loro effettiva consistenza numerica, come il PCPE in Spagna,  il "Partito Comunista" di Rizzo in Italia, alcuni gruppuscoli francesi in polemica col PCF e ostili al Front de Gauche e così via. Entrambi i partiti dispongono di una solida struttura organizzativa, di un saldo insediamento sindacale, e di un forte seguito in settori operai e popolari. Nessuno dei due si è però dimostrato in grado di espandere in misura significativa il proprio consenso elettorale nonostante i rispettivi Paesi siano stati duramente colpiti dalla crisi e dalle politiche di austerità di impronta neoliberista. 


Nelle elezioni portoghesi dello scorso anni, il PC ha mantenuto invariato il proprio consenso elettorale (appena sotto l'8%), un relativo successo difensivo, ma che non gli ha permesso di raccogliere nessuno dei voti persi dai socialisti e dal Blocco di Sinistra (complessivamente 13 punti percentuali in meno). Dal canto suo il PC Greco ha migliorato di circa un punto percentuale il suo seguito elettorale arrivando all'8,5%. Ma questo dato si traduce in meno di 20.000 voti aggiuntivi, nonostante il ruolo svolto nelle proteste degli ultimi anni attraverso il suo braccio sindacale (il PAME). Questo modesto incremento va poi valutato in relazione al calo registrato nelle circoscrizioni popolari di Atene e del Pireo, ovvero le zone più colpite dalla crisi e al risultato ben più consistente ottenuto nelle elezioni regionali del 2010 quando aveva raccolto il 10,9%, più del doppio del SYRIZA. Si dovrà vedere ora se questo stallo elettorale e politico porterà a rivedere le politiche sempre più accentuatamente dogmatiche e settarie perseguite da questo partito negli ultimi anni. In questa fase risulta inevitabilmente indebolito il progetto di dividere e contrapporre su basi ideologiche la sinistra alternativa europea.


Analogo effetto potrà avere la sconfitta elettorale e la profonda crisi politica dell'NPA francese, partito neo o post trotskista che si è caratterizzato soprattutto per il rifiuto di perseguire politiche unitarie a sinistra, a differenza di quanto auspicato dai comunisti e dal Front de Gauche.  La nascita dell'NPA doveva costituire un modello per la formazioni di analoghi partiti in altre realtà e ad esso guardavano in particolare gruppi affiliati alla Quarta internazionale come l'italiana Sinistra Critica. La sconfitta dell'NPA da un lato e lo stallo del KKE dall'altro dimostrano che progetti politici antiunitari soffrono di una crisi di credibilità in una fase in cui la crisi richiede anche risposte di breve e medio periodo e non solo prospettive ideologiche piuttosto vaghe o poco attraenti.


Ora la sinistra alternativa europea dovrebbe lavorare per avvicinare i diversi progetti nazionali, al di fuori di pretese di scoprire modelli buoni per tutte le situazioni, elaborando elementi per un progetto comune e delineando unitariamente una possibile uscita dalla crisi, alternativa a quella liberista imposta finora della trojka UE-BCE-FMI con costi umani e sociali sempre più pesanti.


Franco Ferrari



mercoledì 4 aprile 2012

La sinistra siriana di fronte alla crisi del Paese

Nelle ultime settimane sono stati resi noti diversi documenti che illustrano il punto di vista di alcune delle forze politiche comuniste e di sinistra che operano in Siria, in merito alla evoluzione della grave crisi che sta attraversando il paese mediorientale.

In particolare sono disponibili i testi in inglese delle tre fazioni del movimento comunista che operano legalmente nel Paese.

Il Partito Comunista Siriano (Unificato) valuta positivamente alcuni sviluppi recenti della crisi, in particolare il sostegno delle Nazioni Unite alla missione di Kofi Annan che cerca di trovare una soluzione alla crisi siriana. Questa iniziativa viene "vista con un certo favore dal popolo siriano". La speranza è però mescolata a molta cautela a causa dell'azione degli emirati e degli Stati del golfo che "sostengono ed armano i gruppi che pianificano il terrore organizzato" nelle città siriane. 

I comunisti siriani sottolineano favorevolmente la Dichiarazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 21 marzo scorso nella quale si riafferma l'impegno a sostenere "la sovranità, l'indipendenza, l'unità territoriale e la sicurezza della Siria". Questa Dichiarazione esprime il sostegno alla missione di Annan il cui obbiettivo, come sintetizza la dichiarazione, "è di raggiungere un'immediata cessazione di ogni tipo di violenza, ogni tipo di violazione dei diritti umani, garantire l'arrivo degli aiuti umanitari e facilitare la transizione, sotto una direzione siriana, verso un regime pluralista e democratico nel quale tutti i cittadini siriani godano dell'eguaglianza indipendentemente dalla loro appartenenza politica, etnica e ideologica." Per raggiungere questo obbiettivo, secondo i comunisti siriani, occorre "iniziare un dialogo globale tra il governo e tutte le sfumature dell'opposizione".

Viene pertanto auspicato il successo della missione di Kofi Annan anche in relazione ai pericoli causati dalle "tendenze terroristiche dei registi dell'intervento jihadista che si trovano nel Golfo". Lo spargimento di sangue deve terminare e per questo è nell'interesse del popolo siriano che la missione di Annan abbia successo. Per favorirlo è indispensabile che le varie forze politiche siriane, sia della dirigenza che dell'opposizione nazionale, riducano le rispettive pretese e rinuncino ai veti partecipando ad un dialogo nazionale che coinvolga tutte le correnti patriottiche. Tutti devono guardare avanti per contribuire alla nascita di una Siria democratica, secolare e sempre rinnovata, che  vanti una struttura sociale, religiosa ed etnica pluralistica e continui a mantenere una linea di opposizione all'imperialismo, al sionismo e al neo-colonialismo.

Dal canto suo, il Partito Comunista Siriano di Ammar Bagdache, di orientamento neo-stalinista, ha diffuso un lungo comunicato al termine della riunione del suo comitato centrale tenutasi alla fine di febbraio. Il PCS ritiene che il tentativo dei circoli imperialisti e reazionari arabi di rovesciare il regime nazionale siriano attraverso una vasta sollevazione sia fallito, e questo fallimento si sia determinato perché la grande maggioranza del popolo siriano non ha seguito l'incitamento alla rivolta. Secondo il PCS il sostegno alla protesta sarebbe stato ancora più ridotto se non fosse stato per la direzione liberale assunta dalla politica del regime che ha portato alla destabilizzazione di molte branche della produzione nazionale. Per questo i comunisti del PCS chiedono il completo abbandono di queste politiche economiche.

Il PCS sostiene la politica di contrapposizione alle azioni sovversive, terroriste e aggressive che si sono registrate negli ultimi mesi, ma anche la necessità di un impegno al rispetto della legge e della dignità dei cittadini e soprattutto l'adozione di "politiche economiche e sociali integrate, che preservino e sviluppino la produzione nazionale, e le condizioni ed esigenze di vita delle masse popolari". 

Il Comitato Centrale del PCS analizza poi lungamente la proposta di nuova costituzione, sottoposta con successo ad un referendum popolare dopo la riunione di fine febbraio. Pur invitando a votare a favore del testo, vengono sottolineati negativamente quei cambiamenti che allontanano la Costituzione dai caratteri di tipo "socialista", soprattutto sul piano economico (nazionalizzazioni, pianificazione, controllo pubblico dell'economia) che erano presenti nel vecchio testo. Criticata anche la netta prevalenza che viene attribuita la potere esecutivo rispetto al parlamento.

La terza fazione del comunismo siriano attiva pubblicamente nella crisi è quella che fa capo a Qadri Jamil, che guida il Comitato nazionale per l'unità dei comunisti, sorto da una scissione del PCS neo-stalinista di Ammar Bagdache.   Nel dicembre scorso questo gruppo ha dato vita ad una nuova forza politica pluralista denominata "Partito della volontà popolare", il cui obbiettivo è di unire comunisti e altre forze di sinistra. Jamil e la sua corrente sono parte dell'opposizione moderata interna che rifiuta qualsiasi tipo di intervento occidentale nella crisi siriana. La Siria, per le forze che hanno dato vita al nuovo partito, richiede l'immediata formazione di un governo di unità nazionale che comprenda i rappresentanti del partito Baas e dell'opposizione sulla base del "consenso a difendere la patria e l'unità nazionale". 


Jamil ha aggiunto nella conferenza stampa di presentazione che "sono necessarie misure per proteggere l'unità nazionale, debellare i gruppi terroristi armati, avviare una svolta verso un programma economico e sociale democratico ed iniziare un dialogo nazionale globale". Jamil ed il Comitato per l'unità dei comunisti fanno parte anche del Fronte per il cambiamento e la liberazione che comprende il Partito Socialista Nazionale Siriano ed altre forze che sostengono un  cambiamento del paese ma attraverso il dialogo e non l'abbattimento del regime. 


Sul piano internazionale, Jamil mantiene intensi contatti con la Russia, principale alleato della Siria assieme all'Iran, ed è il principale riferimento siriano di alcuni partiti comunisti, come quello libanese e cileno, mentre non è riconosciuto dalla rete Solidnet, animata dai comunisti greci che invece hanno un rapporto molto stretto con la fazione neo-stalinista del comunismo siriano.

domenica 26 febbraio 2012

La Siria in guerra

La crisi siriana continua ad aggravarsi senza che sia in vista una possibile via d'uscita. Quello che è certo è l'inasprirsi del conflitto che assume sempre di più le caratteristiche di una guerra civile, i cui confini restano molto incerti. La repressione da parte del regime è feroce. Tra l'opposizione sembrano sempre più forti le componenti pronte allo scontro armato e quelle influenzate dall'integralismo islamico, in particolare vicine ai Fratelli Musulmani, un'organizzazione che è stata duramente perseguitata dal regime baasista siriano. In questa situazione diventano più forti le tentazioni di ingerenza dall'esterno in favore dell'uno o dell'altro fronte.

Questo video dell'emittente televisiva britannica Channel Four offre un quadro sufficientemente chiaro del carattere drammatico che ha assunto lo scontro, soprattutto nella città di Homs.

lunedì 9 gennaio 2012

La sinistra africana si organizza

A fine novembre si è tenuto a Bamako, capitale del Mali, il terzo incontro della Rete della sinistra africana (ALNEF ovvero African Left NEtwork Forum) al quale hanno partecipato alcune decine di partiti socialisti, comunisti e rivoluzionari, secondo quanto riferisce l'Humanité. Ad ospitare la riunione è stato il Partito SADI, solo partito di opposizione parlamentare di questo paese dell'Africa Occidentale. L'obbiettivo dell'incontro, scrive ancora l'Humanité era di "rafforzare la struttura del network e di discutere le strategie per la conquista del potere, per lottare contro le ingerenze straniere e favorire l'integrazione africana". 


Il Network raccoglie una cinquantina di partiti della sinistra anticapitalista di diverso orientamento ideologico di tutto il continente (Sud Africa, Sudan, Eritrea, Guinea, Senegal, Benin, Camerun, Kenia, Tunisia, Ruanda, Burundi, Burkina Faso, Marocco, Costa d'Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, ecc.) e si ispira esplicitamente al Foro di San Paolo che ha unito la sinistra latinoamericana dal 1990 con l'obbiettivo di organizzare la resistenza all'offensiva neoliberista.  L'America latina ha suscitato grandi speranze in Africa per gli insegnamenti che fornisce alle forze politiche e sociali che si propongono la trasformazione della società. Ma a differenza di quanto avviene nell'America del Sud dove la sinistra è riuscita ad arrivare al governo grazie al successo elettorale, in Africa è quasi ovunque all'opposizione con l'eccezione del Partito Comunista Sudafricano (SACP) che assieme all'African National Congress e al sindacato COSATU fa parte della coalizione al potere.


"Quali strategie, quali azioni concrete possono mettere in atto delle formazioni politiche dai mezzi spesso molto limitati, che operano in democrazie utilizzate dai più potenti, civili o militari, per perpetuarsi al potere attraverso la frode, la repressione, le riforme costituzionali?", si chiede l'inviato dell'Humanité a Bamako, Chrystel Le Moing. Diversi paesi africani rischiano di finire nel caos al seguito di processi elettorali che non garantiscono trasparenza e la libera espressione dei cittadini, per questo i partecipanti all'incontro esigono dai regimi in carica l'organizzazioni di processi elettorali pienamente democratici, chiamando a vigilare l'Unione Africana. 


I componenti del Network, alla luce della ripresa degli interventi militari straniere nei territori africani pongono al centro il tema della lotta contro l'imperialismo anche attraverso l'integrazione del continente traendo ispirazione dai rivolzuionari africani che sono battuti per una vera indipendenza come Nkwame Nkrumah, Patrice Lumumba, Modibo Keita, Sekou toure, Felix Moumié, ecc. 


"I paesi del Nord, potenze capitalistiche e oligarchie finanziarie che dominano e sfruttano il mondo senza alcun ritegno, sono destabilizzati da una temibile crisi finanziaria, una crisi del debito, conseguenza dello scacco dell'ideologia neoliberista", ha dichiarato il presidente del SADI, Cheikh Oumar Cissokho. In Mali ha suscitato molto risentimento l'intervento militare occidentale in Libia dato che molti cittadini del paese africano avevano trovato in Libia e il regime di Gheddafi aveva investito nell'immobiliare e nell'agricoltura di questo paese. 


Il lavoro in direzione delle classi popolari con i giovani, le donne e i movimenti sociali costituisce un asse centrale delle risoluzioni approvate. Il cambiamento -sintetizza ancora il giornalista dell'Humanité - passa attraverso i popoli che si rivoltano in nome della dignità, della giustizia sociale e della democrazia. La sinistra riesce ancora difficilmente a cogliere le opportunità storiche offerte dalle crisi dei regimi. "Il settarismo, la divisione, l'opportunismo privano i popoli della possibilità di assaporare la vittoria", ha dichiarato Mohame Jmour, del PTPD tunisino. La costruzione dell'unità a sinistra e la sua praticabilità dipendono dalla costruzione di questi legami sociali.


I partecipanti all'incontro hanno assunto l'impegno di ritrovarsi in Tunisia nel 2012 per una nuova tappa nel rafforzamento del Network. A questo fine è stato anche costituito un segretariato permanente formato da rappresentanti del Mali, Burkina Faso, Senegal, Ruanda, Kenya, Tunisia, Sudan e Sud Africa, il cui coordinatore è il responsabile internazionale del PC Sudafricano Chris Mathlako. Una delegazione del Partito Socialista Unito del Venezuela presente alla riunione ha formalizzato un invito al Network africano a partecipare al prossimo Foro di San Paolo fissato per il luglio 2012 a Caracas, Venezuela. Un ruolo importante di sostegno al processo di avvicinamento e coordinamento continentale della sinistra africana, anche attraverso un concreto contributo materiale, l'ha dato il Partito di Sinistra Svedese rappresentato a Bamako da Margarette Live.


Non si può che valutare positivamente questo sviluppo del confronto e dell'unità tra le diverse forze della sinistra in un continente attraversato da grandi contraddizioni e gravi condizioni di miseria, instabilità e arretratezza,fondato sul principio dell'"unità nella diversità" e all'interno di una struttura policentrica della sinistra mondiale.


Franco Ferrari

mercoledì 4 gennaio 2012

L'incontro di Atene dei Partiti Comunisti


Si è tenuto ad Atene, dal 9 all'11 dicembre scorsi, l'annuale incontro che riunisce i partiti comunisti di tutto il mondo. Si tratta del 13° appuntamento di questo tipo, Le prime edizioni si erano già svolte nella capitale greca ed avevano più modestamente il carattere di un seminario per lo scambio di opinioni tra partiti scossi dal crollo dell’Unione Sovietica. Nel tempo ha acquisito obbiettivi più ambiziosi cercando di diventare lo strumento per la ricostruzione di un “movimento comunista internazionale”, modellato sullo schema che fino alla metà degli anni ‘80 lo aveva tenuto organizzato attorno all’Unione Sovietica. Inizialmente era gestito dal solo PC Greco, successivamente si è formato un gruppo di lavoro nel quale sono presenti una decina di partiti di tutti i continenti. Negli ultimi anni si era svolto in sedi diverse dalla Grecia (Sud Africa, India, Portogallo, Brasile, Bielorussia). In questa occasione il Meeting è stato nuovamente convocato ad Atene, sede di un aspro conflitto sociale determinato dalla gravissima crisi economica, anche per l’indubbio interesse del Partito ospitante di rendere visibile il suo inserimento in un ampio contesto internazionale in vista delle elezioni politiche anticipate che dovranno tenersi in primavera.

L’incontro può essere valutato da diversi punti di vista per quanto consente la documentazione disponibile. Buona la partecipazione, considerata l’affluenza di 78 partiti di 59 Paesi. Di questi 25 provenienti dall'Europa occidentale, 21 dall'Europa ex-socialista e dall’ex Unione Sovietica, 10 dal Medio Oriente, 10 dall'Asia, 11 dall'America Latina, 1 dall'Africa. Per quanto riguarda il loro ruolo ve ne sono quattro che reggono sistemi a partito unico (Cuba, Corea, Laos, Vietnam). Altri che hanno una funzione di governo primario ma in piccoli paesi e all'interno di sistemi pluralisti (Cipro, Guyana). C'erano partiti al governo nei rispettivi Paesi, ma in alleanze di cui costituiscono un partner minore, come il Bangladesh (Partito Operaio), il Brasile (PC del Brasile), il Sud Africa, la Siria, il Venezuela. Contributi scritti sono stati inviati da alcune forze politiche che non hanno potuto essere rappresentate ad Atene (Bolivia, Filippine, PPS Messico). 

Se si confronta con la lista di partiti comunisti presente sul sito Solidnet, gestito dal PC Greco, che ne elenca complessivamente 114, si notano fra le 31 assenze alcune particolarmente significative. In primo luogo il Partito Comunista Cinese che dopo aver inviato propri osservatori in precedenti occasioni ha disertato l'appuntamento di Atene, pur professando una politica di relazioni a tutto campo con forze che vanno dalla destra all'estrema sinistra, e mantenendo buoni rapporti con l’Internazionale Socialista. Altre assenze di rilievo sono anche quelle del PC Moldavo, del PC Giapponese, del PC UML del Nepal, del PC Iracheno. Per altri partiti, soprattutto dall'America latina, si può ritenere che la loro mancata partecipazione non esprima una scelta politica ma la mancanza di mezzi materiali tali da poter frequentare assiduamente gli appuntamenti internazionali. 

Il PC Giapponese, da parte sua, non ha mai partecipato a questi incontri e mantiene una totale indipendenza nella gestione delle sue relazioni internazionali. Per quanto riguarda il PC Moldavo si può ritenere che la sua assenza sia legata alla scelta del PC Greco di sostenere un piccolo gruppo scissionista moldavo, il quale non risulta però invitato, non essendo riconosciuto dagli altri partiti. Da parte loro i comunisti iracheni sono stati oggetto ripetutamente di critiche da una parte delle forze comuniste per la politica seguita dalla caduta di Saddam Hussein, quando hanno partecipato al governo provvisorio seguito all'invasione americana. Qualche partito ne aveva addirittura proposto l'espulsione da questi meeting internazionali. E' possibile che la loro assenza sia una conseguenza diretta o indiretta di queste polemiche.

Un secondo punto dal quale valutare l’incontro è il documento finale. Si tratta di un testo relativamente breve, intitolato “Il socialismo è il futuro”. Abitualmente questi testi sono predisposti dal partito ospitante e poi sottoposti alla valutazione degli altri partecipanti. Non si può considerare un vero e proprio documento finale rappresentativo delle posizioni dei partiti partecipanti. La stessa lettura degli interventi al seminario fa emergere valutazioni nettamente diverse, e assai meno dogmatiche, anche su questioni fondamentali. Nel testo invece prevalgono nettamente le posizioni neo-staliniste del Partito Comunista Greco.

Lo si vede ad esempio nell’uso del concetto di “controrivoluzione” come causa del crollo dell’Unione Sovietica e del socialismo reale. Questa definizione, poco sostenibile alla luce di un’analisi oggettiva di quello che è stato un crollo dovuto all’incapacità di risolvere contraddizioni economiche e politiche strutturali, è funzionale alla piena riabilitazione dell’URSS staliniana e dalla condanna del XX Congresso portata avanti dai comunisti greci.

Anacronistici sono anche altri riferimenti contenuti nel documento. Il richiamo al “socialismo scientifico” serve a riaffermare una ortodossia ideologica da contrapporre alla ricerca di un “socialismo del XXI secolo” che nasce soprattutto dall’esperienza dei movimenti progressisti e socialisti dell’America latina. Molto discutibile anche il ripristino della formula dell’ “internazionalismo proletario”, ripudiata da molti partiti già negli ’70, tra cui il PC Italiano, in nome di un più adeguato e comprensivo “nuovo internazionalismo”. L’obbiettivo, in questo caso è di far prevalere una identità ideologica da contrapporre al riconoscimento della pluralità delle forze delle sinistra anticapitalista e alternativa a livello mondiale.  Diventa in questo modo strumento di divisione a sinistra, mentre contemporaneamente nascono e si sviluppano in direzione opposta importanti strumenti di aggregazione e di confronto politico fra le forze della sinistra (Foro di San Paolo, Partito della Sinistra Europea, Rete della sinistra africana e Forum della sinistra araba). Alla riesumazione dell’internazionalismo proletario si può contrapporre il documento approvato nel 2010 dal Foro di San Paolo, sede di raccordo della sinistra latinoamericana, socialista, comunista, marxista, alternativa, ecc, che utilizza la formula togliattiana della “unità nella diversità”.

Da Atene viene invece un messaggio che ripropone vecchi schemi a partire dall’idea che esista ancora un partito guida che ambisce a stabilire l’ortodossia ideologica ed emana “bolle” destinate a condannare pubblicamente le varie forme di eresia, tutte incluse nella categoria onnicomprensiva di “opportunismo”. Questo atteggiamento impronta l’azione del PC Greco che utilizza gli appuntamenti annuali dei Partiti Comunisti per individuare volta a volta i “nemici” ideologici interni al movimento e alla sinistra in generale.

Anche nelle parti del documento condivisibili in via di principio, le formule utilizzate restano estremamente generiche. Sulla crisi del capitalismo, di cui si richiama giustamente il carattere strutturale, si afferma che essa deriva “dall’acuirsi della contraddizione principale del capitalismo, tra il carattere sociale della produzione e quello privato dell’appropriazione capitalista”. Una formulazione di derivazione marxiana, talmente generale da non spiegare nessuna delle specificità di questa crisi, che interviene dopo circa 30 di ristrutturazione liberista del capitalismo (finanziarizzazione, globalizzazione, privatizzazioni, spostamento di ricchezza dal salario al capitale e alla rendita, ampliamento del mercato mondiale, ecc.)

Il richiamo ai pericoli di guerra, giustificato da una serie di vicende attuali come la guerra in Libia, la crisi mediorientale e soprattutto la tensione tra Iran e occidente, non è basato su alcuno sforzo di aggiornamento dell’analisi, che pure appare necessario alla luce di quanto avvenuto negli ultimi anni, sulle ragioni dei diversi interventi militari e sulle diverse spinte che in un senso o nell’altro sono presenti negli establishment dei paesi imperialisti.

Mentre è presente la rituale condanna dell’”opportunismo”, manca un qualsiasi riferimento all’impegno alla partecipazione ad una più ampia unità delle forze socialiste, progressiste, anticapitaliste a livello delle diverse aree continentali e nei singoli paesi. Va detto che in realtà molti partiti comunisti partecipano a fronti e schieramenti unitari attivi a vari livelli: politico, elettorale, di massa ed anche sovranazionali ed in vari casi ne sono i principali promotori.

L’uscita dalla crisi strutturale del capitalismo viene posta in termini di contrapposizione binaria tra via capitalista (sfruttamento e guerre) e via del socialismo e del comunismo. La credibilità di quest’ultima richiede però una critica radicale dell’esperienza storica del socialismo novecentesco (che invece viene completamente respinta) ed anche la capacità di vedere l’emergere di nuovi soggetti e di formulare una proposta strategica che delinei un effettivo percorso di mutamento politico, economico e sociale.

Dal Meeting sono emerse anche una serie di risoluzioni, le quali, a differenza del documento-comunicato complessivo, comportano la sottoscrizione esplicita da parte dei singoli partiti presenti. Alcuni temi hanno raccolto la più larga adesione tra i partiti comunisti: solidarietà agli operai petroliferi del Kazachistan (55 partiti), centenario della Pravda (62 partiti), contro la repressione in Turchia (61 partiti), contro la mancata registrazione di un partito russo (47 partiti), sostegno al PC Greco (69 partiti), contro il blocco USA nei confronti di Cuba (73 partiti), solidarietà al Venzuela (70 partiti), solidarietà con il popolo iraniano (72 partiti), solidarietà alla Siria contro il complotto imperialista (66 partiti), contro le azioni militari USA in Pakistan (69 partiti), a favore della lotta del popolo palestinese (71 partiti),  a favore della riunificazione di Cipro (69 partiti). Alcune risoluzioni hanno evidenziato differenze di valutazione. La mozione a favore dei governi di sinistra latino-americani ha raccolto l’adesione di 52 partiti, ma non quella del PC Greco. Una mozione a sostegno del partito al potere nella Corea del Nord ha raccolto 49 adesioni, mentre quella che invita a commemorare il centenario della nascita di Kim Il Sung ha raccolto l’adesione di soli 30 partiti, tra cui il PdCI, ma non di Rifondazione Comunista. Infine una risoluzione a favore del ritorno del Kossovo alla Serbia (disponibile solo in russo) ha raccolto l’adesione di 36 partiti. In questo caso non hanno aderito né PRC né PdCI.

Un ulteriore approfondimento dell’analisi richiederebbe una valutazione degli interventi alla quale è forse utile dedicare un esame specifico.

Franco Ferrari