domenica 28 febbraio 2016

Fusaro e la metafisica dello Stato: replica alla replica

Nel replicare alla replica di Fusaro, al fine di provare a rendere più comprensibili le differenze che ci dividono, procedo per punti.

  1) Non darei troppa importanza all’artificio retorico, utilizzato da Fusaro, di attribuire a se stesso la capacità di “pensare con la propria testa” e all’interlocutore di “essere accecato dall’ideologia partitica” (bontà sua, solo “a tratti”). Si tratta di argomenti a cui ricorre chi spera di “vincere facile” in una disputa, sfuggendo all’analisi di merito. Poi, in pratica, Fusaro ricicla in modo acritico le tesi di un altro autore, quindi non mi pare che la sua vantata “capacità di pensare con la propria testa”, almeno nel caso specifico, produca grandi risultati. E per quanto mi riguarda posso garantire che se c’è un partito dove è difficile trovare due persone che la pensano allo stesso modo su tutto, questo partito è proprio Rifondazione Comunista.


2) L’articolo che avevo commentato riguardava un tema specifico: ovvero il ruolo e la natura del “Bilderberg”. Secondo Fusaro si tratta di un “governo occulto” che elabora “piani e progetti”. Avendo approfondito l’argomento con una ricerca che si è tradotta in un libretto (“Il dossier Bilderberg”), per la stesura del quale mi sono letto tutta la letteratura principale in merito, sia quella definita “complottista” che quella scientifica, ho contestato la tesi di Fusaro.
Nessuno di coloro che si sono occupati, direttamente o indirettamente, del Bilderberg in modo scientifico, anche partendo da premesse metodologiche e culturali diverse, ha dato finora credito alla visione del Bilderberg come “governo occulto”. Tra questi si trovano marxisti come Kees van der Pijl e Stephen Gill, storici delle iniziative della CIA in Europa come Hugh Wilford o giovani ricercatori non riconducibili alle tesi marxiste come  Thomas Gijswijt, Valerie Auburg, Ingeborg Philipsen ed altri ancora che hanno esaminato l’ampia documentazione esistente sul Bilderberg.
E’ evidente che Fusaro parla del Bilderberg senza saper nulla di tutto ciò. L’unica fonte a cui sembra abbeverarsi è Daniel Estulin di cui riprende, senza citarlo, alcune formule molto precise come quella di “società per azioni mondiale” e “aristocrazia di intenti”. Io ritengo, a differenza di Fusaro, che Estulin, come ho cercato di dimostrare ampiamente nel mio libro, sia un autore del tutto inaffidabile che ricicla materiali “cospirazionisti” di varia provenienza, per lo più altrettanto inaffidabili. Tra le sue “fonti” c’è persino un sedicente Gyeorgos Ceres Hatton, Comandante del Settore Pleiadi della Flotta Intergalattica, che dalla sua astronave Phoenix avrebbe inviato dei testi di commento sugli avvenimenti terrestri che sono circolati tra alcuni ambienti ufologici americani. Siccome lo stesso Estulin scrive, almeno inizialmente, “saccheggiando” le tesi dell’estrema destra “patriottica” americana, attribuisce al Bilderberg anche l’obbiettivo di voler “instaurare un regime socialista del Welfare State, in cui gli schiavi obbedienti saranno premiati e quelli ribelli verranno sterminati”. Obbiettivo credibile quanto quello (presente nell’edizione originale spagnola, scomparso in quella italiana successiva) di voler sopprimere 4 miliardi di persone “entro il 2050”.
Su tutto questo, che costituiva la sostanza della mia critica, Fusaro non risponde nulla applicando il metodo dialogico del: “dove vai? porto pesci”.

 3) Anche sottraendo il tema del Bilderberg alle fantasie “complottiste”, resta un problema di fondo riguardante l’analisi della fase che attraversa il capitalismo. A me sembra che la crisi derivi, piuttosto che dalla concentrazione oligarchica del potere nelle mani di poche persone che decidono tutto, dalle tendenze anarchiche del capitale, tendenze esaltate dalle politiche neoliberiste. Mi sembra significativo il dibattito che si è aperto anche sui media confindustriali italiani in occasione della recente crisi delle borse. Dato che ormai le banche centrali hanno messo in campo tutte le “armi” di cui dispongono per far reggere il sistema (le varie forme di “quantitative easing”), si è aperto un vuoto perché non c’è più nessuno in grado di governarne le contraddizioni. D’altra parte ciò che ha caratterizzato l’ideologia del blocco dominante del capitalismo degli ultimi decenni non è, per l’appunto, il desiderio di creare un gruppo ristretto che decide tutto, ma al contrario di mettere in pratica la metafora del “pilota automatico” (Draghi) partendo dalla convinzione che il “mercato”, lasciato a sé stesso, sia perfettamente in grado di autoregolarsi. Certo, l’idea che se le cose vanno male è tutta colpa di un gruppo di malvagi mosso da cattive intenzioni, risulta alla fine molto più rassicurante ed è forse una delle ragioni per le quali il “cospirazionismo” riscuote tanto successo. “Cospirazionismo” al quale Fusaro liscia il pelo.

  4) Nella conclusione del mio intervento sostenevo che, dietro alle critiche che Fusaro rivolge al “Bilderberg”, si intravedono argomenti propri della destra. Dato che egli stesso spiega di ritenere superate le distinzioni fascismo-antifascismo e destra-sinistra, mi sembra ovvio che, dal suo punto di vista, la questione non sollevi alcun problema. E dato che io invece penso che tali distinzioni restino valide, la commistione tra punti di vista contrapposti resta un problema perché confonde ambiguamente una critica “progressiva” con una “reazionaria” al capitalismo. Su questo possiamo dire di essere d’accordo che siamo in disaccordo e quindi passare al punto successivo.

  5) Alla fine bisogna affrontare il tema principale posto da Fusaro che consiste, mi sembra, nella seguente catena concettuale: va respinto l’internazionalismo storicamente proprio della sinistra perché impedisce di rivendicare il ruolo dello Stato nazionale sovrano ed in particolare la sovranità  monetaria. Premesso che resto un fautore dell’analisi concreta della situazione concreta (di quali Stati parliamo, di quali soggetti sociali, di quali conflitti, ecc.) e trovo poco sugo in dibattiti general-generici provo a dire la mia. Innanzi tutto il rapporto tra internazionalismo e ruolo dello Stato nazionale è più complesso di quanto lo raffiguri Fusaro. Vale per i dibattiti “classici” (Lenin non la pensava come la Luxemburg, Stalin non la pensava come Trotsky e Gramsci in una certa misura non la pensava come nessuno degli altri quattro), ma vale anche per l’oggi. Ci sono forze di sinistra che rivendicano il proprio internazionalismo ma ciò nonostante ritengono che vada difeso il ruolo dello Stato-nazione e da questo fanno derivare la proposta di rottura con l’Unione Europea, di abbandono dell’euro, ecc. Da questo punto di vista, la posizione ideologica di Fusaro che lega indissolubilmente il rifiuto dell’internazionalismo e la difesa dello Stato nazionale sovrano lo colloca sicuramente a destra.
A mio modesto parere, nella sua esaltazione del ruolo dello Stato nazionale, Fusaro commette due errori di fondo, tra loro collegati. Il primo è di trasformare lo “Stato” in un oggetto metafisico e metastorico. Lo “Stato” disincarnato di Fusaro diventa per sua natura positivo dimenticando che esso è stato anche lo strumento attraverso il quale le classi dominanti nazionali hanno imposto il proprio dominio sulle classi dominate e contemporaneamente ne hanno fatto lo strumento per la competizione con le classi dominanti nazionali di altri stati (da qui le guerre, l’imperialismo, il colonialismo ed altre “bazzecole”).
Da una visione idealizzante dello Stato deriva l’inversione del rapporto causa-effetto tra il ruolo dello Stato stesso e le condizioni del suo sviluppo. Condizioni che hanno indubbiamente consentito, in una certa fase storica, la realizzazione di un relativo compromesso sociale, tra queste le lotte delle forze di sinistra. 
Fusaro dice: le cose andavano meglio quando c’era lo Stato sovrano e, se torniamo indietro a quel punto della storia, le cose potranno riprendere ad andare meglio. Il guaio, purtroppo, è che la crisi dello Stato nazionale, di cui si discute da qualche decennio, deriva da un mutamento del contesto politico e sociale, non da un complotto di forze che tramano nell’ombra. Da un lato c’è stato lo sviluppo tecnologico introdotto dal capitalismo, la globalizzazione dei processi produttivi e di scambio, l’esaltazione della finanza. Dall’altro, a tutto questo ha corrisposto l’indebolimento delle forze sociali e politiche che per qualche decennio avevano imposto al capitale e allo Stato un compromesso più favorevole (più democrazia, più diritti economici e sociali).
Per dirla in termine classicamente marxisti, è il mutamento nella struttura (il modo di produzione) che ha interagito con la sovrastruttura (il ruolo dello Stato) condizionandola.
Nel caso specifico di un Paese come l’Italia, inserita nel contesto dell’Unione Europea, alla quale ha ceduto parte della propria sovranità, è aperta la discussione anche a sinistra (ed anche dentro Rifondazione Comunista), se sia meglio recuperare la parte di sovranità ceduta, compresa quella monetaria, come condizione per favorire politiche di rottura col liberismo.
Ma la crisi dello Stato nazionale colpisce anche paesi che dispongono pienamente della propria sovranità (almeno quella legale-formale) e della propria moneta. Basta pensare a paesi come il Brasile od il Sud Africa, pur governati da forze progressiste. Né la sovranità monetaria può essere trasformata in un feticcio. Altrimenti non si spiegherebbe perché in Nepal, dove c’è una banca centrale che può stampare Rupie a volontà, non siano ricchi come gli svizzeri. Per questo è presente a sinistra una posizione, maggioritaria nel Partito della Sinistra Europea (ed alla quale mi sento più vicino), che non sopravvaluta i margini di manovra di cui oggi dispone un singolo Stato nazionale nel costruire una politica anti-liberista. E per questo ritiene indispensabile la formazione di uno schieramento internazionale ed internazionalista, di soggetti politici e sociali, al governo dove possibile e all'opposizione dove necessario, in grado di cambiare i rapporti di forza nella società e nello Stato. In questo contesto non è un tabù discutere di abbandono o superamento, anche unilaterale, della moneta unica.
Ma l’obbiettivo di Fusaro non è di contribuire a questo dibattito, piuttosto di convincerci che oggi il punto discriminante tra le forze politiche è il rilancio dello Stato nazionale a prescindere e che sulla base di questa linea di frattura ideologica, la sinistra dovrebbe essere entusiasta di andare a braccetto con la destra più retriva.

Franco Ferrari


2 commenti:

Legalize it Right Now ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Legalize it Right Now ha detto...

A me pare che non vi comprendiate a vicenda.

Evidentemente Fusaro non sostiene che il Bilderberg è l'unico depositario e fautore degli interessi del capitale. A mio avviso lui sostiene che tale think tank funzioni come centro organizzato e cosciente di elaborazione e direzione di politiche planetarie volte a preservare e incentivare gli interessi di tutti i capitalisti. In altri termini, nel perseguire il proprio interesse in modo organizzato, tale organizzazione difende anche un nucleo di interessi ben più ampio (che sì, si difenderebbe anche senza l'ausilio di detta organizzazione, ma che non riuscirebbe tuttavia a farlo in modo così penetrante ed efficacie).

Per quanto concerne l'internazionalismo, mi pare che fusaro non lo disdegni a priori. E' invece il modello col quale l'internazionalismo è attualmente costruito – e solo questo- ad esser visto (a buon ragione) come un problema.

Come è possibile instaurare un internazionalismo socialista? Secondo Fusaro ciò non è possibile partendo direttamente dalla situazione attuale, ma è necessario prima un ritorno alla sovranità della politica sul mercato mediante il recupero della sovranità dei parlamenti nazionali, espressione piena della sovranità popolare (non necessariamente della destra reazionaria).
Da qui, memori del passato attacco ai lavoratori portato in passato dalle istituzioni internazionali volute da Washington e Londra, costruire un nuovo internazionalismo fondato sulla sovranità della politica e del lavoro sul capitale.