domenica 24 aprile 2016

Quando è morto il PCI?

Leonardo Paggi coglie l'occasione della recente decisione del Parlamento di riconoscere la casa natale di Gramsci in Sardegna quale monumento nazionale, per proporre una lettura molto netta degli attuali problemi della sinistra italiana ed europea.

La questione di merito mi sembra, tutto sommato, abbastanza marginale, priva com'è per ora di conseguenze pratiche. Dal punto di vista simbolico può essere certamente un modo per un partito neocentrista e liberista, qual è il PD, di garantirsi la fedeltà di quella parte del suo elettorato che ancora si considera di sinistra, senza impegnarsi in nulla di significativo. Prendiamolo in ogni caso, e mi sembra questo il suggerimento di Guido Liguori, come il riconoscimento che la personalità di Gramsci, benché notoriamente comunista, non si può dismettere tanto facilmente anche da chi persegue interessi e ideologie del tutto opposte alle sue. In fondo è pur sempre un omaggio del vizio alla virtù.

Il punto centrale dell'articolo di Paggi, pubblicato dal Manifesto, è però un altro ed è questo che vorrei discutere. Secondo quanto scrive l'autore "il PCI non 'muore' affatto nel 1989, come alcuni nostalgici, tuttora tormentati dall'elaborazione del lutto, continuano a pensare, ma persiste fino a oggi nella continuità dei suoi gruppi dirigenti e dei suoi insediamenti territoriali, vivendo fino in fondo il logoramento intellettuale e politico che investe il socialismo europeo e trascinando nei suoi miasmi cadaverici la situazione politica italiana. Un pezzo rilevante di quel partito lavora oggi alacremente a sostegno dell'attuale corso politico."

Quanto c'è di vero in questa analisi? E' fuor di dubbio che un pezzo di quello che fu il gruppo dirigente del PCI lavora "alacremente a sostegno dell'attuale corso politico". Si può però discutere su quanto questo pezzo sia "rilevante". Paggi cita a prova di questa "rilevanza" il Ministro Poletti, che era segretario della federazione del PCI di Imola, con tutto il rispetto per gli imolesi, non proprio un incarico di prima grandezza e un intellettuale come Mario Tronti, proveniente dall'operaismo e poco rappresentativo della storia intellettuale dei comunisti. 

Manca credo un qualsiasi studio che ci possa dire quanto ci sia dell'ex PCI all'interno dell'attuale Partito Democratico in termini di dirigenti, parlamentari, amministratori e così via. Ed anche quanti iscritti ed elettori provengano dal vecchio insediamento comunista. Così come sarebbe interessante evidenziare numericamente quanti sono coloro che vivono dei ruoli offerti dal PD (e prima ancora dal PCI) sia in modo diretto che indiretto. Quanto c'è di ceto politico (mettendo nel conto anche funzionari sindacali ed esponenti della cooperazione ed altri ruoli collaterali) e quanto di militanza gratuita. Probabile che nel PD di Renzi, se si prosciuga la prima componente, non resti più tanto e non solo per il naturale effetto biologico derivante dal fatto che il PCI è stato sciolto definitivamente 25 anni fa.

Non c'è nemmeno dubbio che questa componente di ceto politico di derivazione PCI abbia svolto una funzione negativa in questi due decenni, disarticolando una forza di massa e consegnando interi strati sociali, senza più difesa ed identità, all'egemonia neoliberista. Una responsabilità storica dalla quale non può essere assolta in alcun modo e le cui conseguenze si fanno ancora sentire negativamente sulla possibilità di ripresa della sinistra in Italia. Anche se onestamente non credo che il suo ruolo sia ancora tanto centrale come sembra credere Paggi.

Forse per capire fino in fondo la traiettoria di questa componente della società italiana ha seguito in questi anni potrebbe esserci utile un riferimento che ho, casualmente, trovato, in questi giorni, in un saggio di Emilio Sereni (pubblicato in "La rivoluzione italiana, Editori Riuniti, 1978, p. 101) nel quale si pone in evidenza la scarsa fortuna che ha avuto storicamente il riformismo in Italia:


Fin dall'età del nostro Risorgimento, in effetti (lo notava acutamente Gramsci), e poi già nei primi decenni del nuovo Stato unitario. quel che è caratteristico per ogni spinta riformistica, che di volta in volta si manifesta nel nostro paese, è la sua tendenza ad esser rapidamente riassorbita in un sistema di tipo trasformistico: che respinge ed esclude, cioé, ogni effettiva ed organica riforma: surrogandola, semmai, con l'impiego, ai fini propri del sistema stesso, di quadri "riformisti" singoli, o in gruppi più o meno consistenti. Il fenomeno (rileva ancora, giustamente, Gramsci) si ripete, dopo il volger del secolo, con l'assorbimento di interi gruppi di quadri del movimento operaio nel campo moderato".
Mi sembra che questa individuazione di un nesso tra riformismo e trasformismo come una costante che tende a ripetersi nella storia italiana, ed in particolare della sinistra, possa essere di una qualche utilità nell'interpretare la vicenda politica di quadri e dirigenti provenienti dal PCI.

Particolarmente discutibile è l'equiparazione che compie Paggi tra questo "pezzo" del PCI, passato al campo moderato, ed il Partito in quanto tale. Da un lato sottovaluta che per arrivare a questo punto, questi gruppi dirigenti hanno dovuto compiere una serie di rotture ideali, politiche e di classe con il partito da cui provengono. Rotture che non sono state solo simboliche ma che hanno inciso profondamente nel corpo sociale che si riconosceva nel Partito Comunista. Dall'altro lato, Paggi identifica la parte col tutto. Un "pezzo" diventa il partito in quanto tale. Riconoscendo proprio a questo "pezzo", per di più inquinato da estesi elementi di carrierismo e di opportunismo politico, la legittimità storica di rappresentare la verità del tutto, ovvero del PCI nella sua complessità.

Questa semplificazione si ricollega all'altra idea che trovo del tutto sbagliata: quella secondo la quale il PCI non sarebbe "morto" nel 1989. Come organizzazione politica il PCI è certamente morto tra il 1989 e il 1991. Probabilmente, il processo che ha portato alla sua dissoluzione è iniziato in maniera irreversibile con la scomparsa di Berlinguer, quindi qualche anno prima. 

Purtroppo ci manca ancora una spiegazione storico-materialistica adeguata delle ragioni profonde della fine del PCI. Abbiamo finora descrizioni e analisi di tipo ideologico o politologico che non collegano adeguatamente la crisi del partito al quadro complessivo della situazione sociale, ideale e politica dell'Italia in quegli anni.

Dire che il PCI è "morto" alla fine degli anni '80,  non significa essere nostalgici e pensare, come qualcuno ogni tanto spera, di poterlo fare risorgere dalle sue ceneri, ignorando che 25 anni di storia hanno cambiato in modo radicale il contesto nel quale esso era nato, si era sviluppato ed aveva assunto dimensioni di massa. Significa prendere atto di un fatto storico che trovo inconfutabile.

Ma, leggendo l'articolo di Paggi, mi viene da osservare che nei confronti del PCI non c'è solo la nostalgia di chi lo vorrebbe veder rivivere (sentimentalmente comprensibile, ma politicamente anacronistica). C'è anche la nostalgia di chi continua ad attribuirgli tutte le colpe di quello che non va a sinistra. Ci sono correnti ideologiche e politiche, le più diverse, che nel corso dei decenni hanno sempre visto il PCI come un ostacolo a ciò che loro pensavano dovesse essere una sinistra "giusta". Tra questi si potevano trovare tanto i socialdemocratici saragattiani come i neo-azionisti o le molte varianti dell'estrema sinistra, vecchia e nuova.

Ho l'impressione che tra coloro che non sono ancora riusciti ad elaborare il lutto della scomparsa del Partito Comunista Italiano non ci siano solo vecchi militanti, ma anche parte di coloro che ne hanno sempre contestato l'egemonia sulla sinistra e sul movimento operaio italiano e l'influenza sulla scena internazionale.

Per loro la fine del PCI doveva rappresentare l'hic Rhodus hic salta. L'occasione per provare che le loro ipotesi strategiche e politiche erano quelle giuste per la sinistra e per il Paese. Viene da dire che dopo 25 anni senza PCI, la situazione non è certo migliorata. Non abbiamo una sinistra all'offensiva, bensì frammentata, dispersa e poco incisiva. Ci troviamo a difendere, con fatica e, per ora, pochi successi, quelle conquiste democratiche e sociali, che senza la presenza e l'azione del Partito Comunista Italiano, probabilmente non avremmo avute (la Costituzione, la giusta causa nel licenziamento come riconoscimento della dignità di chi lavora, una rete di servizi pubblici garantiti a tutti ecc.).

Ognuno elabori criticamente il proprio lutto, se ancora non l'ha fatto, e tracci un bilancio onesto e critico della propria tradizione politica. Quello che non ci serve è giustificare le nostre sconfitte di oggi con il "fantasma" di un partito che, purtroppo aggiungo io, non è più sulla scena politica da un quarto di secolo.

Franco Ferrari











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